giovedì 14 maggio 2015

La tentazione di Laura - Capitolo 1

Il titolo di questo post non lascia nulla al mistero.
Eccovi l'inizio del primo capitolo de La tentazione di Laura.


“Carrie Mathison, mi affido a te. Alla tua classe, alla tua astuzia. È a te che chiedo la forza necessaria per buttarmi alle spalle, almeno per oggi pomeriggio, le ultime tre settimane della mia vita. Aiutami, Carrie. Aiutami come solo tu sai fare.”
Perché ho bisogno di buttarmi alle spalle le ultime tre settimane della mia vita? Due ragioni.
La prima: Nick. Venticinque anni, una leggera ossessione per il golf (esiste uno sport più noioso?), una lunga cascata di capelli biondi (un pessimo tentativo di somigliare a Jared Leto), e la brutta abitudine di andare a letto con i calzini (uomini, i calzini a letto, soprattutto in certi momenti, hanno lo stesso effetto di una doccia fredda).
Nick, all’anagrafe Nicholas. Lavora all’Apple Store di Prince Street come Genius, vive a New York come un imbecille, l’imbecille con cui sono uscita per gli ultimi cinque mesi. Ci siamo conosciuti all’Apple Store. Dal mio “Il touchscreen dell’iPad è morto” al suo “Ti va di prendere un caffè?” sono passate due ore. Due giorni per il primo appuntamento. Sette giorni per finire a letto assieme.
Non abbiamo fatto altro, a dire il vero, nel corso di questi mesi. Credo di essermi specializzata, nella parte adulta della mia vita, in relazioni semplici e indolori con l’altro sesso. È stato anche per questo che quando Nick ha detto “Ho bisogno di una pausa di riflessione”, la mia reazione non è stata altro che un “Oh, ok”.
Solo che, come per ogni pausa che si rispetti, anche la sua aveva un nome e una taglia di reggiseno. Janet, quarta abbondante: ecco la pausa di riflessione dell’imbecille. Come faccio a saperlo? Beh, Nick ha pensato bene di riflettere nel mio appartamento. Nella mia camera. Nel letto che abbiamo condiviso spesso e volentieri.
Tre settimane fa sono rientrata prima del previsto dal lavoro, e li ho trovati lì, fra le mie lenzuola. Janet, quarta abbondante, e Nick, l’imbecille.
Per un minuto ho pensato di essere nell’appartamento sbagliato. Poi, nel tratto di corridoio che va dall’ingresso alla camera da letto, ho pensato che Nick stesse guardando un porno. Tuttavia, quando sono entrata in camera, lui mi ha vista e ha iniziato a gridare cose senza senso, come “Laura, non prendertela” e “Posso spiegare tutto, credimi”, mi sono resa conto che A. no, non ero nell’appartamento sbagliato; B. no, Nick non stava guardando un porno; C. in ognuno di noi c’è un Bruce Banner.
Non sono orgogliosa di aver lanciato una lampada sulla testa dell’imbecille, soprattutto perché la mia mira ha fatto cilecca. Non sono orgogliosa di averli spinti entrambi fuori dal mio appartamento; sono stata lenta a causa dell’iniziale shock, e Janet è riuscita a chiudere se stessa e Nick in un lenzuolo, impedendomi di gioire nel vederli uscire nudi dal palazzo.
Sono orgogliosa, però, di aver addebitato il costo della mia nuova camera da letto sulla carta di credito di Nick. Ecco cosa succede a lasciarmi la password del tuo iCloud, imbecille.
Ed ecco perché oggi mi sono affidata a Carrie. Ho indossato uno dei tailleur che Thea mi ha regalato il mese scorso (esistono dei vantaggi nell’avere una fashion blogger come amica e vicina di casa), ho scelto un paio di stivaletti simili a quelli che Carrie indossa in Homeland, ho coperto i miei lunghi capelli castani con una pashmina turchese, e ho infilato nella tracolla il biglietto per il Comic Con.
Lo specchio della mia nuova camera da letto rimanda l’immagine della ventiseienne newyorkese di sempre – occhi marroni, viso tondo e nasino fin troppo piccolo – eccezion fatta per la rabbia.
Sono arrabbiata, sì. Sono furibonda.
Distrutta? Emotivamente provata? Col cuore a pezzi? No.
Mi rifiuto di cedere all’aspetto sentimentale del tradimento. Ok, sono stata tradita. Ok, Nick e Janet andavano a letto già da qualche mese. Non sono la prima donna a subire un trattamento del genere, e non sarò neppure l’ultima.
Pensate che per questo motivo voglia rimanere a casa, a piangere e a disperarmi fino a che Thea e Audrey non verranno a trascinarmi nella vasca da bagno per farmi ritrovare il sapone? No. Laura Robin Draper non si ferma a piangere per un tradimento. Incassa il colpo, trasforma la rabbia in carburante per la vita, e fa ciò che non avrebbe mai fatto con Nick: sfoggiare la sua anima nerd. Con orgoglio, a testa alta, e con pashmina e tracolla identici a quelli indossati da Claire Danes nell’episodio in cui Carrie vola a Beirut.
La specializzazione in relazioni semplici e indolori mi permette di reagire in questo modo, nonostante un rapporto durato cinque mesi. Non ero innamorata di Nicholas. Mi piaceva la sua compagnia, e il sesso, odiosi calzini a parte, non era orribile (non era neppure stellare, a dirla tutta), tuttavia la famosa scintilla che spunta ad un certo punto nei film e nei libri non è mai scattata.
Forse è questo il mio problema: le storie di cui mi nutro religiosamente hanno alterato la mia percezione della realtà. L’amore che attraversa i telefilm e i fumetti è diverso da quello che attraversa le strade di New York. Non ho mai conosciuto la scintilla. Non ho mai pensato È l’uomo con cui voglio trascorrere il resto della mia vita. Non faccio altro che confrontare gli uomini reali con quelli di fantasia, alla ricerca del mio supereroe, di chi mi farà pensare Ecco l’uomo con cui voglio invecchiare.
Triste? Patetica? Forse, ma ognuno ha i suoi difetti.
Sapevo che con Nick non sarebbe durata, tuttavia avrei preferito la sincerità, invece di scoprirlo nel mio letto con un’altra.
Pretendevo troppo, a quanto pare, ma non è la fine del mondo. Ho un lavoro – lo detesto, ma mi permette di vivere nell’East Village e di pagare le bollette – e due amiche che sono come sorelle. Ho un cervello funzionante, un eccellente gusto per quanto riguarda serie televisive, film e fumetti, e non permetterò ad un imbecille di buttarmi giù.
Controllo che nella tracolla ci sia tutto, e mi avvio all’ingresso.
All’inizio ho parlato di due ragioni per cui ho bisogno di buttarmi alle spalle le ultime tre settimane, ricordate? La seconda ragione è arrivata ieri, quando mia madre mi ha inviato un messaggio.
Tuo padre ha un leggero dolore al fianco destro. Ho chiamato il dottor Jacobson, ci ha fissato un appuntamento per lunedì. Non preoccuparti!
Un messaggio come tanti altri, giusto? No, se tuo padre è un uomo che ha sconfitto il cancro due volte negli ultimi dieci anni.
Fino a lunedì non potrò fare altro che preoccuparmi, a dispetto del consiglio di mia madre, e anche per questo ho bisogno del Comic Con.
Quando il taxi si ferma di fronte al Javits Center, a Hell’s Kitchen, pago l’autista e scendo. Il Comic Con di New York non è come quello di San Diego. Se San Diego è Cenerentola, New York è una cugina di secondo grado dell’ultima sorellastra di Cenerentola. Tuttavia, negli ultimi anni gli attendenti sono triplicati, e le iniziative non guardano più solo ai fumetti, ma anche alle serie televisive e ai film.
Oggi pomeriggio l’attenzione di tutti è per il panel di Agents of S.H.I.E.L.D., e anche se seguo la serie non parteciperò. Primo: non ho comprato i biglietti. Secondo: non sono dell’umore giusto per fare la fila. Il mio obiettivo è mescolarmi ai fan in costume e lasciare New York e la mia vita nel taxi che mi ha portata qui.
Alla fine della prima ora passata fra gli stand, dopo aver fatto decine di foto ai costumi più belli e non essere stata riconosciuta da nessuno (non che la cosa mi stupisca: Carrie Mathison non è materiale da cosplay), decido di spostarmi nella zona in cui si trovano i chioschi e le panchine. Mi avvicino alla postazione gestita da una donna dai capelli verdi e ordino una birra. Col mio bicchiere di plastica fra le dita, mi incammino verso una panchina libera. Il sole sta tramontando, e anche se l’aria è ancora tiepida, un vento leggero mi ricorda che siamo in autunno.
So di avere un sorriso sulle labbra, e ne sono felice. Vivere nel mondo nerd, con persone che spesso arrivano da lontano e non parlano neppure la tua lingua, è una delle esperienze più belle che possano esserci. Ogni differenza sparisce quando inizi a parlare con qualcuno di videogiochi, come ho fatto poco fa con un ragazzino davanti allo stand allestito da un produttore, o di trasposizione fumetto-film, come ho fatto quando una donna di mezza età mi ha passato un volantino per gli eventi in programma questa sera. Il cuore del Comic Con è la cancellazione di ogni differenza, perché tutti i partecipanti sono uguali: uomini e donne appassionati, che vivono e respirano per un nuovo videogioco, un nuovo libro, o un nuovo episodio.
In molti ci considerano sfigati. In molti non capiscono perché sentiamo il bisogno di indossare un costume e fingere per un giorno di essere Elsa o Natasha Romanoff o, come nel mio caso, un’analista della CIA. La verità è che certi elementi di fantasia hanno un potere straordinario sulla nostra vita, e alcuni di noi vogliono celebrare quel potere straordinario.
Nick non ha mai capito, o abbracciato, questo lato di me. Anche per questo la famosa scintilla non è mai scattata fra me e lui.
Sorseggio la mia birra senza che il sorriso mi abbandoni, e osservo alcuni bambini in costume accompagnati dai genitori. I fotografi lavorano ovunque, a questi eventi. Non sono gli stessi fotografi che seguono Thea alle sfilate di moda, ma il loro lavoro contribuisce a diffondere lo Spirito Nerd, soprattutto online.
Sorrido ad un bambino che cerca di coprire le sue Nike con un costume da Uomo Ragno, quando vedo qualcosa muoversi alla mia sinistra.
Un uomo vestito da Batman – versione Cavaliere Oscuro – si siede accanto a me. Indossa anche la maschera e il mantello, e fra le mani ha un tubo di Pringles. Si gira lentamente, prima di infilare in bocca due dischi ondulati, e allunga il barattolo nella mia direzione.
Scuoto la testa, sistemando la pashmina con una mano per evitare che scivoli sulle spalle.
Due ragazzi, lontani qualche metro, iniziano a fotografare il tipo seduto al mio fianco.
Batman ha una postura rigida, forse a causa del costume. Lo osservo per qualche istante e mi rendo conto che non si tratta di un abito da poco. I dettagli della cintura, il tessuto del mantello, perfino la parte posteriore della maschera: tutto mi fa pensare ad una cura maniacale per i dettagli, e non posso essere che affascinata dal nerd seduto al mio fianco.
“Complimenti,” dico, sollevando il bicchiere di birra in un gesto celebrativo. “Il tuo costume è eccezionale.”
Batman sorride. La maschera gli copre il viso, tranne gli occhi, azzurri, e le labbra, piene, ma il suo sorriso mi colpisce. È bellissimo.
“Grazie.”
La sua voce è profonda. Sta imitando Christian Bale nei panni di Batman? Non credo.
“Non posso dire lo stesso del tuo,” aggiunge.
Mi guarda dalla testa ai piedi, indugiando sul viso per un breve momento.
“Come?”
Batman si volta verso di me mentre chiude il barattolo di Pringles. Mi guarda negli occhi quando parla. “Carrie Mathison indossava una camicia e un paio di pantaloni di lino a Beirut, o sbaglio?”
Non so se essere più felice e sorpresa perché finalmente qualcuno mi ha riconosciuta, oppure offesa e indignata perché quel qualcuno non ha avuto parole gentili per il mio costume.
“Il tailleur,” continua Batman, “non avrebbe fatto molto per coprire la sua vera identità, non credi?”
Per qualche istante non riesco a parlare. Osservo i suoi occhi e le sue labbra. Batman sta trattenendo una risata.
“Siamo a Manhattan,” dico alla fine. “Non a Beirut.”
Lui annuisce. “Vero. Eppure il mio costume è eccezionale,” dice, indicando se stesso. “Il tuo, invece, non è così eccezionale.”
“Ehi! Non posso credere che l’unica persona che mi ha riconosciuta abbia solo parole orribili per me.”
Mi sporgo in avanti, e la pashmina scivola sulle spalle, scoprendo i miei capelli.
Batman sembra assente per qualche istante, come se non avesse ascoltato ciò che ho detto. Poi i suoi occhi azzurri trovano i miei, e il suo sguardo cambia. Sembra a disagio, imbarazzato.
“Le parole orribili erano per il costume,” dice con calma. “Non per te.”
“Lo so,” ribatto con un sorriso. “Tranquillo. Comunque grazie per averlo riconosciuto.”
La sua risposta è un sorriso. Bellissimo anche questo.
“Come mai sei qui?” domanda.
“Qui al Centro o qui su questa panchina?”
“Qui al Centro.”
“Avevo bisogno di un pomeriggio tutto per me,” rispondo con sincerità. “E di respirare la stessa aria di chi sa conservare e catalogare una serie di fumetti, e non si considera instabile per questo.”
“Esperto di catalogazione e conservazione,” dice, sollevando una mano. “Eri qui anche ieri? Hai già visto qualche panel?”
“No e no. Non sono dell’umore giusto per fare la fila.”
Non so perché sento il bisogno di approfondire le risposte con un estraneo. Forse perché spero che anche le sue risposte siano più lunghe del necessario; in tal caso ascolterei di nuovo la sua voce.
“E quindi sei seduta su questa panchina per riposare.”
“Esatto.”
“Sai,” dice dopo un po’, indicando la mia birra. “Carrie avrebbe scelto un bicchiere di Chardonnay. Sul serio, il tuo costume non potrebbe essere più sbagliato.”
Stavolta ride di gusto, e io rido con lui.
“Non avrei mai pensato che Batman potesse essere così critico.”
“Ecco cosa succede quando divori tre stagioni in una settimana, cara Carrie: ogni dettaglio è impresso a fuoco nella tua memoria, e alla fine noti tutte le disattenzioni della prima analista che ti capita di incontrare.” Sembra che stia per aggiungere qualcos’altro, ma si trattiene.
“Cosa?” chiedo, fingendomi offesa. “Hai un commento anche per le scarpe?”
“No,” risponde subito. “I capelli,” continua, indicandoli. “I capelli sono perfetti.”
Porto una mano sulla testa, sorridendo. “Carrie li aveva più corti a Beirut.”
“I tuoi sono perfetti.”
La sua voce è un respiro. I suoi occhi restano nei miei per un lungo momento. Alla fine è lui ad abbassare per primo lo sguardo.
“Hai già visto il primo episodio della nuova stagione?”
Lui annuisce subito. “E ti dirò, non sento affatto la mancanza di Damian Lewis.”
Batman e io parliamo per dieci minuti di Homeland; insieme ci catapultiamo nel mondo in cui posso parlare di personaggi e di storie che non esistono nella realtà, ed essere considerata una persona priva di problemi mentali. Lo faccio online, nei forum che frequento ogni giorno. Lo faccio con Thea, che segue una piccola parte delle serie che seguo io, e con Audrey, che gestisce una libreria e quindi è un’esperta di discussioni su personaggi e storie che non esistono.
Non l’ho mai fatto con Nick, ad eccezione dei primi mesi. Quando ai suoi sguardi preoccupati si sono aggiunti i commenti come “Ma non pensi di essere un po’ troppo presa da questi telefilm?”, o “Hai speso sul serio duecento dollari per una riproduzione LEGO di Hogwarts?”, ho smesso di condividere con lui le piccole e grandi cose del mondo nerd.
“In ogni caso,” sta dicendo ora Batman, “Gordon e Gansa non mi hanno mai deluso.”
Annuisco con vigore mentre lui continua.
“Sanno portare la storia e i personaggi al limite che già conosciamo, e non hanno mai paura di oltrepassarlo.”
“Credo che il loro intento sia proprio quello. Ecco il personaggio, questi sono i suoi limiti: vediamo che succede quando li oltrepassa.”
“Esatto. È solo così che puoi non solo sorprendere, ma anche creare qualcosa di assolutamente originale e incredibile.”
Batman non è un nerd qualunque. Batman è un nerd con cultura. Uno di quelli con cui puoi parlare per due ore, ad esempio, di come la luce in una determinata scena influisca sulla storia e sui dialoghi. Uno dei miei nerd preferiti, dunque.
“E tu perché sei qui?” gli chiedo ad un tratto. “Qui al Centro, non qui su questa panchina.”
Batman sospira. “Avevo bisogno di uscire dai miei soliti vestiti. Se la gente che frequento tutti i giorni mi sapesse qui… Questo mondo è uno svago per me,” continua, indicando il Centro alle nostre spalle. “Da lunedì tornerò ad essere lontano anni luce da tutto questo.”
Vorrei sapere in cosa consiste il suo mondo, e perché c’è una vena di amarezza in ciò che dice.
“Puoi lasciare il costume da Batman,” dico, dopo aver bevuto l’ultimo sorso di birra, “ma Batman non lascia te. Non credo che questo mondo possa essere solo uno svago, sai?”
Lui unisce le sopracciglia. “Cosa intendi?”
“Per me tutto questo – le serie, i fumetti, i supereroi – fa parte di chi sono, di quello che faccio, di quello che dico. Se lo considerassi uno svago sarebbe come considerarlo alla stregua di un hobby. Sarebbe come tradire i miei personaggi preferiti. Capisci cosa intendo?”
“Benissimo. Però non puoi sempre essere Carrie, giusto? Immagino che tu abbia un lavoro, e lì non sei un personaggio di fantasia.”
“Vorrei tanto esserlo anche lì,” ribatto.
“Perché? Non ami il tuo lavoro?”
“Non è il lavoro dei miei sogni, mettiamola così.”
“Allora perché non cambi?”
“Perché non tutti i bambini diventano astronauta.”
Lui sembra colpito. “Vorresti fare l’astronauta?”
Sorrido. “No. Il mio rag-Il mio ex mi diceva sempre quella frase. Tutti i bambini, ad un certo punto, dicono di voler diventare astronauta, ma non sempre ci riescono. E il lavoro che vorrei per me… Beh, è un po’ come diventare astronauta.”
Batman appoggia il barattolo di Pringles sulla panchina e rimane in silenzio per un po’.
“Carrie, posso parlarti liberamente?”
“Sei Batman. Puoi fare quello che vuoi.”
“Prima di tutto,” comincia, “perché lasci che le parole del tuo ex ti buttino giù? So che non mi riguarda,” aggiunge velocemente. “Facciamo finta che, in quanto Batman, possa interessarmi alla tua vita privata. Ma sul serio, perché ti fai buttare giù da quello che il tuo ex pensa?”
All’improvviso non so cosa rispondere. All’improvviso Laura Draper è una ventiseienne insicura travestita da donna bipolare innamorata di un terrorista. E allora faccio quello che in una situazione normale non farei mai: inizio a raccontare.
“È finita da poco,” dico. “Forse è per questo che do ancora valore alle sue parole.”
“Il suo parere contava molto per te?”
“Non sempre. Ma se consideriamo il fatto che lui fa il lavoro dei suoi sogni, mentre io…”
“Tipo? Cardiochirurgo? Ingegnere energetico? Giudice presso il tribunale dei min-”
“È un Genius all’Apple Store.”
Batman mi guarda come se avessi parlato una lingua straniera. “Genius? Non è qualcosa che la gente fa per pagarsi gli studi? C’è davvero qualcuno che sogna di pulire iPhone?”
Vorrei non ridere della sua battuta, invece lo faccio. “Essere un Genius non è soltanto pulire iPhone,” dico quando mi riprendo.
“No. Qualcuno usa ancora gli iPod, giusto? Anche quelli meritano una pulizia ogni tanto.”
Stavolta lui ride con me.
“Non voglio sminuire il lavoro del tuo ex,” dice alla fine, “ma secondo me non dovresti dargli retta. Mi sembri una donna brillante. Puoi fare ciò che vuoi, non credi?”
“Non è sempre facile,” rispondo. Ho di nuovo il bisogno di approfondire la mia risposta, ma se lo facessi aprirei un vaso di Pandora che è meglio rimanga chiuso, soprattutto con un estraneo.
Batman mi osserva per un attimo, forse in attesa che continui. Poi afferra il tubo di Pringles, lo apre, e lo gira verso di me.
“No, grazie,” sussurro.
Ne afferra un paio e le infila in bocca, masticando con gusto.
“Deduco che sia stato lui a far finire la vostra storia,” dice ad un certo punto.
“Da cosa lo deduci?”
“Sesto senso maschile.”
“Sesto senso maschile? Esiste?”
Lui mi guarda negli occhi e sorride. “Ho indovinato?”
“Aveva bisogno di una pausa di riflessione,” dico lentamente, sollevando le sopracciglia.
Sciolgo la pashmina dal collo, e l’appoggio sulle gambe accavallate.
Batman segue ogni mio movimento.
“La madre di tutte le scuse,” commenta. “Tipica di chi pulisce telefoni.”
Rido di gusto anche stavolta.
“‘Pausa di riflessione’ nasconde una donna nove volte su dieci, e io non sono l’eccezione.”
Batman si ferma con una Pringles a mezz’aria. La fa cadere nel tubo.
“Ti ha lasciata per un’altra?”
“Mi ha tradita con un’altra.”
I suoi occhi azzurri non sono più divertiti. “Mi spiace,” sussurra.
Scrollo le spalle, decisa a chiudere la parentesi fin troppo ampia dedicata all’imbecille.
“E tu?” domando. “Nessuna Catwoman a cui hai dato il tuo cuore?”
Il suo sguardo si perde fra la gente che ci sta attorno per un lungo momento.
“No,” dice alla fine. “A costo di suonare come un cliché, credo che l’amore non faccia per me.”
Mi guarda come se si aspettasse un commento ironico. Forse teme che possa alzarmi e andarmene. O forse, come me, è sorpreso dal suo slancio di sincerità nei confronti di un’estranea.
“Pensa a Lost,” dice dopo un po’.
Lost?”
Lost. Vorrei una storia così,” spiega con un sorriso. “Non sai mai cosa accadrà, eppure è come una droga. Non puoi starne lontano, non puoi fare altro che pensarci. Vorrei una storia così,” ripete. “Con un finale migliore, possibilmente.”
“E hai già deciso che non accadrà mai?” chiedo. “Ti sei già arreso al fatto che non troverai la tua isola?”
“Non accadrà,” dice a voce bassa.
Sta per aggiungere qualcosa, ma una folata di vento fa sollevare la pashmina dalle mie gambe. Lui l’afferra rapidamente e si avvicina a me. Guardandomi negli occhi, sistema la stoffa turchese sui miei capelli.
“Da quando l’hai tolta, non riesco a staccare lo sguardo dai tuoi capelli.”
Batman fa girare le estremità della pashmina attorno al mio collo. Le mie mani sono immobili, e la sua vicinanza mi dà alla testa. Colpa della birra.
“Ecco fatto,” dice alla fine. La sua voce profonda è come una carezza.
Sì, è colpa della birra.
“Grazie,” sussurro.
“Ho parlato come un pervertito, vero?” domanda, indicando la mia testa.
“Hai parlato come un uomo che ha grande spirito di sacrificio, se accetta di coprire qualcosa che gli piace.”
“È merito del costume,” ribatte. La sua vorrebbe essere una battuta, ma non c’è voglia di giocare nei suoi occhi. Sembra in imbarazzo, in lotta contro i suoi stessi pensieri.
Batman abbassa la testa. Porta le mani dietro la nuca, e con calma solleva la maschera.
I suoi capelli sono castani come i miei, e mossi, scompigliati. La fronte è alta. Le guance sono, allo stesso tempo, scolpite e gentili. Gli occhi, le labbra, il naso dritto: ogni tratto si sposa alla perfezione con le sensazioni che l’uomo di fronte a me mi ha trasmesso da quando ha iniziato a parlare.
In breve: Batman è attraente.
Abbasso lo sguardo, sperando che lui non noti il mio imbarazzo.
“Che c’è?” chiede.
Non pensavo fossi così carino. Vorrei passare le dita fra i tuoi ricci spettinati. Vorrei avvicinarmi, guardarti negli occhi per almeno quattro minuti e verificare quell’articolo di BuzzFeed.
“Che c’è?” ripete.
“Niente,” dico, incollando al viso un sorriso. “Niente.”
“Andiamo, io sono stato onesto. Anche a costo di sembrare un pervertito.”
“Ok, ok.” Inspiro profondamente, prima di continuare. “Quanto sarei pervertita se ti dicessi che voglio passare le dita fra i tuoi capelli?”
Lui sgrana gli occhi, ma non dice nulla.
Si avvicina, fino a quando il suo ginocchio tocca la mia coscia. Senza staccare lo sguardo dal mio, prende la mia mano e se la porta accanto all’orecchio destro.
I suoi capelli sono una calamita per le mie dita. Ne sfioro le punte mosse, e poi mi spingo in avanti, fino a far sparire le dita fra i ciuffi morbidi e spettinati.
Ci guardiamo negli occhi per tutta la durata della mia carezza, che finisce non appena mi rendo conto che sto accarezzando i capelli di un estraneo come farei con quelli del mio amante.
Abbasso la mano velocemente, ma i suoi occhi restano nei miei.
“Che programmi hai per la serata?” chiede in un respiro.
Mi ha fatto una domanda. Dovrei rispondere. Perché non riesco a parlare? O a pensare?
Batman porta una mano alla cintura, e da una tasca cucita sul costume estrae qualcosa. Un pezzo di carta? No, una card.
Me la porge.
“Che cosa…”
La osservo: è nera, con il bordo dorato. Al centro c’è un microchip, e su uno dei lati c’è… Oh, no.
“Ok, adesso sto pensando che sei un pervertito,” dico, scattando in piedi e ritrovando pensieri e parole. “Una card per entrare nella tua camera d’albergo? Sul serio?”
Faccio cadere la card dalle mani mentre lui si alza.
“Ti diverti così?” continuo. “Sei uno di quelli, vero? Uno di quelli che vanno alle convention nella speranza di portare a letto qualcuno.”
“No!” esclama subito. “Non sono un pervertito. Non ho mai fatto una cosa simile prima d’ora in vita mia. Non sono qui per adescare nessuno. Ti ho vista, ho iniziato a parlarti e… e voglio ancora parlare con te. Voglio offrirti da bere; un vino di cui Carrie sarebbe orgogliosa, magari. Voglio fare tutto questo con la possibilità di muovermi come un essere umano, e non come un robot, a causa del mio costume.”
“Sei un pazzo, se pensi che io possa accettare una proposta simile.”
Lui sorride. “Allora perché hai preso di nuovo la card?” dice, indicando la mia mano. “Te l’ho passata mentre parlavo. Te ne sei accorta?”
Abbasso lo sguardo sulla mano sinistra, e la card è lì. Come ho fatto a non accorgermene?
Batman lascia andare le braccia lungo i fianchi, e continua a guardarmi negli occhi dall’alto del suo metro e ottanta.
“Siamo due nerd,” dice. “Abbiamo chiacchierato piacevolmente per venti minuti. Perché non continuare a farlo? Pensaci. Sarò al Lux fino a domattina.”
“Non verrò,” ribatto. Vorrei sembrare più convincente. Vorrei essere più decisa. Vorrei dimenticare la morbidezza dei suoi capelli.
“Pensaci,” ripete, mentre indossa la maschera. “Pensa a ciò che farebbe Carrie.”
“Carrie ti avrebbe steso.”
Mi guarda negli occhi quando la maschera è di nuovo al suo posto. Sorride. “No, e lo sai anche tu. Spero di rivederti,” continua. “Sul serio.”
Mi volto a guardarlo, stringendo nel pugno il rettangolo plastificato.
La sua andatura è tranquilla e sicura. I bambini lo guardano con il naso all’insù, e lo stesso vale per gli altri attendenti.
“Non conosci neppure il mio vero nome!” dico a voce alta quando ha già compiuto una decina di passi.
Batman si gira mentre continua a camminare. “Sarai tu a dirmelo quando ci rivedremo.”
Il modo in cui mi parla, in cui mi guarda, mi fa tremare le gambe. E non è paura, no. È desiderio.
Arretro fino a sedermi sulla panchina, e osservo la card che ho in mano. Hotel Lux è scritto con caratteri eleganti sullo sfondo nero e lucido. Sotto il nome dell’albergo ci sono cinque stelle dorate, e sotto di esse un numero di telefono e un indirizzo.
Batman è in città per la convention dei nerd e alloggia in un albergo a cinque stelle. In quanti possono permettersi un trattamento simile? Ha detto che da lunedì tornerà a lavoro, e che se i suoi colleghi lo vedessero in costume sarebbe scandaloso. Di dov’è? E che lavoro fa, per potersi permettere una trasferta così costosa, con tanto di costume che potrebbe tranquillamente far concorrenza a quello del film di Nolan?
E perché diavolo sto cercando di capire chi è? Mi ha invitata nella sua camera d’albergo mezzora dopo avermi conosciuta: è chiaro chi è, un pervertito.
Appoggio la card sulla panchina, facendo attenzione a non farla cadere, e incrocio le braccia sul petto. Mentirei se dicessi che non mi è piaciuto chiacchierare con lui. Mentirei se dicessi che non mi sono sentita attratta da ciò che ha detto e da ciò che ho visto. Gli ho accarezzato i capelli per un minuto intero, e alla fine ho faticato a collegare il cervello alla bocca, dannazione.
Sono certa che la stessa attrazione l’abbia provata anche lui, altrimenti non mi avrebbe invitata. Ma è sufficiente? Posso davvero fare una cosa simile?
Abbasso lo sguardo sulla card, ferma dove l’ho lasciata, e le risate divertite di due ragazze attirano la mia attenzione. Una è vestita da Elsa, l’altra da Khaleesi. Le osservo per qualche istante, ricordando a me stessa dove sono, e perché. Sono venuta qui per allontanarmi dallo stress emotivo di queste settimane. Sono venuta qui per stare bene.
“Accidenti, accidenti, accidenti.”
Sbuffo mentre apro la tracolla e afferro l’iPhone. Con la mano libera prendo la card, mentre faccio partire la chiamata. Thea risponde al terzo squillo.
“Ehi. Tutto ok?”
“Dimmi che non posso andare a letto con Batman.”
“Come?”
“Dimmi che non posso andare a letto con un uomo travestito da Batman che mi ha appena lasciato la card della sua camera d’albergo.”
Thea tace per qualche secondo. “Ok,” dice lentamente. “Non puoi andare a letto con un uomo travestito da Batman che ti ha appena lasciato la card della sua camera d’albergo. Sono stata brava? Ho vinto un premio?”
Sbuffo di nuovo, scivolando sulla panchina fino ad appoggiare la testa sullo schienale.
“È accaduto all’improvviso,” spiego, iniziando a raccontare.
Thea ascolta in silenzio.
“Vuoi andarci a letto?” chiede alla fine.
“Sono una donnaccia se ti dico che l’idea di vedere cosa c’è sotto quel costume mi intriga?”
“Laura, sei una donna libera e indipendente: perché dovresti essere una donnaccia se hai desideri sessuali verso un uomo conosciuto da meno di due ore?”
“Forse perché viviamo in una società che dice esattamente questo?”
“E quale sarebbe questa società? Quella medievale? In ogni caso,” aggiunge velocemente, “il punto non è cosa sei tu, ma cosa è lui: potrebbe essere un serial killer, un terrorista.”
“I terroristi vanno al Comic Con?”
“I terroristi sono ovunque, lo sai. In che albergo alloggia?”
“Al Lux, a ridosso di Bryant Park. Lo conosci?”
“Wow. Ho fatto un servizio fotografico per Nivea lì l’anno scorso. È un albergo straordinario. Batman non ha problemi finanziari, di questo abbiamo conferma. Potrebbe davvero essere un terrorista, allora.”
“Thea, ti ho chiamata con un dilemma; aiutami, non affossarmi.”
“Laura Draper, tu non sei una donna che chiede consiglio. Se mi avessi chiesto consiglio su Nick, ad esempio, me ne ricorderei.”
Sia Thea che Audrey non hanno mai visto di buon occhio il Genius e non ne hanno mai fatto segreto.
“Hai chiamato perché vuoi approvazione,” continua Thea, “non aiuto. Giusto?”
Il mio sospiro è la conferma di cui ha bisogno.
“Ok, di che colore è la card che Batman ti ha lasciato?”
“Perché?” domando, rigirando la card fra le dita.
“Perché negli alberghi di questa catena ogni piano ha un colore diverso per le card delle stanze. Io avevo una suite doppia, e la card era rossa.”
“La card di Batman è nera.”
“Accidenti. È all’ultimo piano.”
“Quindi?”
“Quindi Batman è un terrorista più ricco degli altri.”
Alzo gli occhi al cielo, arrendendomi alla curiosità. “Quanto costa una notte lì?”
“Almeno qualche migliaio di dollari. Se vuoi posso controllare online, anche se dubito che ci siano i prezzi della-”
“Voglio smettere di pensare a cosa è successo con Nick,” la interrompo a voce bassa. “Voglio una scusa per non pensarci, e per non pensare all’appuntamento di mio padre, Thea. Voglio dimenticare la rabbia, almeno per una sera. E Batman…”
La sento sorridere. “Batman?”
“Mi ha fatto toccare i suoi capelli,” mormoro nel telefono. “È da pazzi, lo so, però… Per mezzora sono stata bene. Sono stata bene con lui.”
“Laura, è una situazione particolare, mettiamola così. Unica, se vogliamo. Ma come ho già detto e ripetuto, sei una donna libera e indipendente. Se vuoi andare nella suite di Batman per una notte di sesso, o se vuoi solo rivederlo per parlare di Homeland, vai. Fallo. Se Batman è un nerd come te, se avete qualcosa in comune, perché non approfittarne, anche solo per una notte?”
“Vorrei tanto approfittarne,” dico sorridendo.
“E allora vai al Lux. Compra dei preservativi e uno spray al peperoncino lungo il tragitto, e divertiti. Credo che tu ne abbia proprio bisogno.”


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(c) Alessia Esse 2015

Grazie per essere arrivati fin qui.
La storia di Carrie & Batman continua il 26 maggio, su Amazon e Kobo.

*si ritira in un angolo a mangiarsi le unghie*

1 commento :

  1. WOW. Spero che il 26 maggio arrivi molto presto (nonostante questo significhi che arriverà presto anche la sessione estiva...), perchè non vedo l'ora leggere i capitoli successivi!

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