mercoledì 5 marzo 2014

Irene e Michael: l'extra completo

La Pillola di San Valentino dedicata ai genitori di Lilac è arrivata seconda nella classifica dei commenti.
In questo extra scoprirete che... nah, vi lascio leggere ;)

Buona lettura!



Irene e Michael

“Irene, ferma! Non sollevare quelle sedie. Lascia che lo faccia Miriam.”
“Hai fatto già abbastanza per la cena. Ora devi solo andare a letto. Non dimenticare che siete in due adesso.”
Come potrei mai dimenticarlo? Mi sento come se portassi il mondo sulla schiena. Se i corridoi del bunker fossero più stretti rimarrei incastrata nelle curve.
“Grazie,” dico alle ragazze. “Buonanotte, Anna. Miriam, Amin, buonanotte. Buonanotte, Nicola.”
Saluto tutti con un gesto della mano, indugiando su Michael con lo sguardo.
“Finisco l’inventario con Mario e ti raggiungo,” dice, rispondendo alla domanda che non ho fatto.
Ogni sera, prima di ritirarci per la notte, facciamo un inventario di ciò che è stato consumato durante la giornata. Il giorno dopo andremo in città per cercare di recuperare gli alimenti consumati, o i vestiti consumati, o le medicine che stanno per finire.
Abbiamo un orticello, fuori al bunker, che ci consente di mangiare cibo fresco tre volte al giorno; cacciamo e peschiamo spesso, e le visite in città danno raramente risultati rilevanti, soprattutto per il cibo, eppure continuiamo ad organizzarle. Sono uno dei nostri passatempi. Sono l’unica scusa che abbiamo per uscire da questo posto e muovere le gambe come esseri umani normali. Rappresentano, per noi tutti, uno scopo, un obiettivo.
 Per raggiungere la camera da letto mia e di Michael percorro un corridoio dalle pareti che una volta sono state grigie e anonime. Ora i miei disegni sono ovunque, nel rifugio, e non posso fare a meno di essere orgogliosa del mio lavoro.
Quando arrivo in camera indosso la camicia da notte, i calzini e la felpa, e mi infilo sotto le coperte. Afferro quaderno e pastelli dal pavimento – nella speranza di riuscire a finire la bozza della culla - e inizio la danza sui fianchi per trovare la posizione migliore.
“Sinistra o destra stasera?” chiedo al pancione in francese, accarezzandolo con una mano. “Aiutami a decidere.”
Rimango ferma sul fianco destro per un lungo minuto, prima di iniziare a sentire un dolore alla schiena.
“Ok, come non detto. Io e il tuo papà non ci guarderemo neanche stanotte,” borbotto, sistemandomi sul fianco sinistro. “Comincio a pensare che tu lo faccia di proposito, sai?”
“Cosa faccio di proposito?”
Michael appare sulla porta a braccia conserte.
“Non ce l’avevo con te,” rispondo sorridendo. “Da un paio di settimane, a qualcuno piace impedirmi di girarmi verso il tuo lato,” continuo, indicando il pancione.
“Il lato sinistro è il migliore per le donne in gravidanza,” dice lui, iniziando a spogliarsi. “L’ho letto su uno di quei libri che abbiamo trovato a via Toledo.”
“Lo so, ma a me piace dormire sul fianco destro. Sul sinistro impiego il doppio per addormentarmi.”
Michael fa una smorfia che non somiglia affatto ad un sorriso.
“Stai pensando che sono viziata, vero?”
Temo spesso che pensi a quanto siano strane le mie abitudini e i miei gusti. Passo gran parte delle mie giornate a dimostrare a lui e agli altri che faccio parte al 100% di questo gruppo – di questo mondo - e che non rimpiango la mia vita francese, ma a volte temo che mi considerino solo come una ragazza che sta imparando, lentamente, a vivere in un mondo che non è il suo.
Due giorni fa, ad esempio, ho pianto dopo aver fatto pipì nel bagno esterno. Non so perché – i miei ormoni si divertono a distruggermi l’umore – ma quando gli altri mi hanno vista asciugarmi gli occhi ho letto nei loro sguardi una sorpresa mista al ‘Sta piangendo perché il nostro bagno non è come quello a cui era abituata in Francia? Piange perché vuole andare via?’.
Dal giorno io cui Michael ed io siamo arrivati a Napoli, ho avuto solo parole e gesti d’affetto da parte di tutti. Gli adulti e i ragazzi mi hanno accolta immediatamente come una di loro. Con pazienza mi hanno insegnato a sparare, ad uccidere, a cucinare e a coltivare le piante. Mi hanno insegnato a sopravvivere in condizioni estreme. Mi hanno insegnato ad essere una donna con la D maiuscola.
Non mi hanno mai considerata come una nemica, e non hanno mai agito come se io fossi un peso, o un fastidio.
I miei strani pensieri, quindi, sono una novità di pochi mesi a questa parte, e probabilmente anche stavolta sono gli ormoni a divertirsi.
Non sono veloce come prima, e i dolori alla schiena mi costringono spesso a rimanere sdraiata per tutto il giorno. Contribuisco attivamente alla vita quotidiana nel bunker, ma più volte Luana e le altre mi hanno chiesto di farmi da parte per non affaticarmi. Come poco fa, con le sedie.
Nel mondo che ho lasciato, le donne che aspettano una bambina sono considerate coraggiose e forti, non deboli e bisognose di protezione. E’ vero, nel mio mondo il parto avviene in sicurezza, mentre qui è l’esatto contrario; è vero, per ogni disturbo, nel mio mondo, esistono pillole appropriate, mentre qui l’unica medicina è il riposo.
Ciononostante, a volte non faccio altro che sentirmi un peso.
Mi ci sento anche ora che il sorriso di Michael non raggiunge i suoi occhi.
“Non è importante,” dico mentre si infila sotto le coperte. “Non voglio farne un problema.”
Michael si avvicina fino a cingermi le spalle con un braccio.
“Pensi che non abbia notato che c’è qualcosa che non va?” mi domanda all’orecchio. “Ho notato che sei più stanca, più rotonda, più emotiva. Ho notato che non c’è più un solo vestito che ti vada bene – domattina andrò a cercarne altri, stavo parlando anche di questo con i ragazzi dopo cena – e ho notato che hai sempre più fame. Domani andremo al pozzo e-“
“No, Michael. No. Il pozzo non si tocca.”
Il pozzo è il nostro deposito per il lungo periodo. Conserviamo lì le riserve per le stagioni future, e gli alimenti per le occasioni speciali. Come la birra con cui Michael si è ubriacato quando gli ho detto che ero incinta.
“Ho parlato con gli altri, e hanno votato a favore della mia proposta di aprire il pozzo,” dice lui, appoggiando un dito sulle mie labbra.
“E il mio voto non conta?”
Michael fa finta di pensarci per pochi secondi. “No. In questo caso no.”
Stavolta, quando sorride, il suo volto si illumina. “Mancano meno di tre mesi, Irene. Tutto ciò che devi fare è riposare e pensare a come sarà la nostra vita quando il bambino nascerà.” Mi accarezza i capelli con gesti lenti e pieni d’amore. “E ogni tuo desiderio, ogni fastidio, ogni piccolo problema: voglio che me ne parli, d’accordo? Voglio esserci, pronto con le migliori soluzioni. Lo so che nel nuovo mondo la gravidanza è solo della madre, ma qui non è così. Qui siamo in due. E in due faremo tutto, chiaro? Quando hai voglia di piangere, quando pensi al parto: devi parlarmi, perché non sempre riesco a leggerti nella mente. Ok?”
Sento le lacrime salire velocemente agli occhi, ma mi impongo di non lasciare che gli ormoni vincano anche stavolta.
“Ok,” sussurro, prima di avvicinarmi e dargli un bacio.
“E no, non penso che tu sia viziata,” aggiunge, strofinando la punta del naso sulla mia. “Sei meravigliosa, invece. Tutti hanno una posizione preferita per dormire, perché tu non dovresti averne una?”
Per un lungo momento rimaniamo abbracciati in silenzio. Il quaderno e i pastelli scivolano sul pavimento, ma non importa.
“So che sei preoccupato,” dico ad un tratto. “Soprattutto per quello che… Per come sono andate le cose con tua madre.”
Trisha stava per morire, mentre era incinta. Questo bunker l’ha protetta, ed è comprensibile che ora lui abbia paura per me.
“Non ho avuto nessuna complicazione finora,” continuo, accarezzandogli il viso e i capelli. “E il mal di schiena è normale, visto che peso un quintale.”
“Non pesi un quintale,” ribatte ridendo. Il sorriso dura poco, però. Appoggia una mano sul pancione con delicatezza, e la sua espressione si fa seria. “Domani andrò all’ospedale per cercare un ecografo. Mario verrà con me, in due-“
“No,” dico subito, appoggiando la mano sulla sua. “Assolutamente no. Non devi andarci, Michael. Promettimelo.”
Due mesi fa, decidemmo di visitare ciò che rimane di un vecchio ospedale per cercare medicinali e attrezzature utili per il parto. Con noi c’erano i genitori di Anna e Luana, e la sorella di Mario. I bombardamenti che hanno preceduto la diffusione del virus hanno distrutto quasi interamente quel quartiere, e nel corso degli anni ci sono stati diversi crolli. Un crollo ci fu anche quel giorno. Luca, Viola e Sarah sono rimasti intrappolati sotto le macerie, e sono morti lì, senza che noi potessimo salvarli.
“Per secoli, le donne hanno partorito senza fare ecografie, senza fare esami di alcun tipo,” dico a Michael. Sarà lo stesso per noi. Promettimi che non andrai all’ospedale. Giuralo. Giuralo sul pancione.”
Attiro la sua mano per appoggiarla sul mio ventre tondo.
Il viso di Michael è combattuto. “D’accordo,” si arrende alla fine. “Te lo giuro.”
Si avvicina per baciarmi, e poi mi attira a sé, accarezzando la pancia con delicatezza.
“Sceglieremo un nome che inizia con la lettera L,” annuncio dopo qualche minuto.
“L? Perché?”
“Pensaci: il mio inizia per I, il tuo per M. Abbiamo bisogno di un nome che leghi i nostri, un nome che ci renda in tutto e per tutto una famiglia. Un nome che inizi con la lettera L.”
“Il tuo ragionamento non fa una piega,” dice sorpreso. “Hai già qualcosa in mente? Lola? Leopold? Lucia? Lisa?”
“Non Lisa. Lo sai che odio quel pupazzo giallo. Non chiamerò nostra figlia col nome di un pupazzo.”
Michael ride. “Come fai ad odiare Lisa Simpson? E’ intelligente, progressista; ha un animo nobile e ha mille passioni, proprio come te. Non dovresti odiarla, dovrebbe essere la tua preferita!”
Per rispondergli, mi tappo il naso. “A dire il vero odio tutta quella famiglia di pupazzi gialli che parlano in modo innaturale, e mi chiedo com’è possibile che a te e agli altri piacciano tanto. E Lisa è un nome orribile a prescindere, quindi no.”
Michael ride di gusto fino alla fine della mia imitazione.
“La chiameremo Lilac,” dico con la voce di sempre. “Sul libro dei nomi ho letto che vuol dire Amore. E’ un nome perfetto, secondo me.”
“Mi piace,” commenta, dandomi un bacio sul naso. “Ma se fosse maschio? Lilac non ha un maschile.”
“Non ne avremo bisogno. Sarà una femmina. Posso sentirlo.”
“I libri non dicono nulla sull’esattezza delle premonizioni delle donne in gravidanza.”
“I libri dimenticano le cose più importanti, a volte. Forse è una sciocchezza, e fra tre mesi mi dirai ‘Irene, hai sbagliato’, ma io sento che sarà una bambina. E la chiameremo Lilac, come l’amore che unisce la sua mamma e il suo papà.”
“Mi piace sempre di più,” mormora, passando le labbra dolci sui miei capelli. “E’ un nome unico. Conosci qualche Lilac?”
“No. Tu?”
“Nessuna.”
“Perfetto. E poi guarda,” dico, sbottonando i primi bottoni della camicia da notte per mostrargli il ciondolo. “Questi sono petali di lillà.”
Forse gli ormoni giocano con il mio umore anche stavolta, ma in questo momento mi sento piena di forza e di gioia. Mi sento invincibile, e sono certa che andrà tutto bene. La nostra bambina sarà meravigliosa, e il suo nome sarà una corona per lei. In ogni momento della sua vita saprà che è il frutto del nostro amore, e che Michael ed io l’abbiamo amata sempre, ancor prima della sua nascita.
“Ti amo così tanto.” Michael mi prende per mano, avvicinandomi a sé fino a che il mio corpo si trova finalmente nella posizione perfetta. “Lo sai?”
“Lo so,” rispondo commossa. “E io amo te. E la nostra Lilac.”

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© 2014 Alessia Esse

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